Impatto della pesca

Fino agli anni ‘90 era convinzione comune che i prodotti del mare (pesci, crostacei e molluschi) avrebbero potuto sopperire ad una parte significativa della domanda globale di proteine. La produzione avrebbe raggiunto le 100 milioni di tonnellate e queste sarebbero bastate allo sviluppo economico di buona parte del mondo. Nel 1989, però, si sono pescate 90 milioni di tonnellate e da allora in poi si è assistito ad un continuo declino della cattura globale a fronte di una pressoché costante presenza di pescherecci in mare.
Abbiamo, dunque, pescato più pesci di quanto le potenzialità riproduttive delle popolazioni ittiche siano in grado di produrre.
Questo sovrasfruttamento è dipeso dall’applicazione della tecnologia alla pesca, spinta dal meccanismo dei sussidi pubblici.
I pescherecci, dotati di tecnologie di bordo sempre più sofisticate, sono divenuti troppo efficienti nell’individuare i banchi di pesce, nel comprendere la loro forma e le loro dimensioni. In poche parole, abbiamo imparato a “vedere” i pesci sott’acqua e, quindi, a pescarli tutti.
Sulle tavole dei consumatori italiani arriva pesce da tutto il mondo. Nessuno si chiede da dove vengano sogliole, scorfani o rane pescatrici. In Italia, nessuno mangerebbe una specie terrestre a rischio d’estinzione o di collasso, mentre spesso lo si fa quando si consuma del pesce.
È convinzione del WWF che un consumatore consapevole possa avere un ruolo determinante nel modificare l’azione della pesca.