Impatto dell’allevamento

© WWF / Simon Rawles

L’allevamento può avvenire secondo pratiche e modelli intensivi o estensivi. L’allevamento intensivo avviene esclusivamente con animali mantenuti in stalle e alimentati con mangimi elaborati, come farine di origine vegetale (mais o soia), di origine animale (di carne e di pesce) o fieno (erba medica). L’allevamento estensivo invece prevede il mantenimento degli animali al pascolo brado dalla primavera all’autunno e la permanenza in stalla solo dal tardo autunno all’inizio della primavera. L’alimentazione di questi animali avviene prevalentemente da foraggio fresco.

L’allevamento estensivo è caratterizzato da un rendimento molto inferiore rispetto a quello dell’allevamento intensivo e per questo l’elevato consumo di carne (circa 90 kg l’anno per l’italiano medio) non sarebbe mai sostenibile dal solo allevamento estensivo. D’altra parte, sebbene una dieta vegetariana sia complessivamente più sostenibile, la completa eliminazione della carne proveniente dall’allevamento estensivo comporterebbe la perdita di specie ed habitat associate a questa pratica tradizionale. Mantenere sul territorio forme di allevamento estensivo pertanto, permette la conservazione di molte specie ed habitat naturali. È necessario però garantire un equilibrio: l’eccessiva pressione del pascolo causa l’erosione del suolo, una bassa pressione comporta l’evoluzione della vegetazione in bosco e la scomparsa del pascolo.

L’allevamento biologico

Negli allevamenti biologici gli animali devono essere alimentati rispettando il loro fabbisogno con prodotti vegetali ottenuti anch'essi con metodo di produzione biologico, coltivati di preferenza nella stessa azienda o nel comprensorio in cui l'azienda ricade. L'allevamento biologico è strettamente connesso alla superficie disponibile: il numero dei capi che si possono allevare in azienda dipende dall’estensione del terreno. Inoltre, le condizioni di allevamento devono soddisfare i bisogni etologici e fisiologici degli animali, tenendo conto del loro comportamento innato. In particolare, le strutture che li ospitano devono essere salubri e correttamente dimensionate e devono prevedere la presenza di spazi minimi e liberi garantiti a disposizione degli animali (regolamentati dalla CE per specie e categoria di animali). È precluso l'impiego di razze ottenute mediante manipolazione genetica, mentre è preferibile allevare razze autoctone, meglio adattate alle condizioni ambientali locali (anche per la stabulazione all’aperto) e più resistenti alle malattie. Agli animali non possono essere somministrati stimolanti della crescita o dell'appetito, sintetici, conservanti e coloranti, urea, alimenti addizionati con agenti chimici e in genere sottoprodotti animali (es. residui di macello o farine di pesce ai ruminanti e agli erbivori monogastrici), fatta eccezione per il latte e i prodotti lattiero-caseari.

L’impatto della produzione di mangime

Per comprendere i motivi dell'ingente impatto sull'ambiente dell’allevamento (dovuto alle forti emissioni di gas serra e all’elevata richiesta idrica), occorre notare come gli animali – soprattutto gli erbivori - siano "inefficienti fabbriche di proteine". Gli animali d'allevamento consumano infatti più calorie, che ricavano dai mangimi vegetali, di quante ne producano sotto forma di carne, latte o uova: come "macchine" – tali sono considerati nella zootecnia moderna - sono del tutto inefficienti nel convertire proteine vegetali in proteine animali. Il rapporto di conversione da mangimi vegetali a “carne” a seconda della specie animale è estremamente svantaggioso, in media per ogni kg di carne che si ricava da un animale, quell’animale deve mangiare 10 kg di vegetali appositamente coltivati. Questo comporta uno spreco enorme di terreni fertili, energia ed acqua oltre all'emissione di sostanze chimiche, altri inquinanti e gas serra. I pascoli inoltre occupano il 26% per cento della superficie terrestre libera dai ghiacci e la produzione di mangimi occupa il 33% della produzione agricola (FAO, 2009). Questa elevata produzione di mangimi destinati all’allevamento di animali è dunque un fattore importante dal punto di vista sia dell’impatto ambientale sia del rincaro dei prezzi di questi alimenti in un mondo in cui milioni di persone soffrono la fame. Ad oggi, secondo l'Organizzazione per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO) il 36% della produzione mondiale di cereali viene impiegato per nutrire gli animali da carne e da latte, con differenze che vanno dal 4% in India, al 25% in Cina, al 65% negli Stati Uniti.

Il fine – la bistecca – giustifica i mezzi?

L’allevamento intensivo provoca numerosi fonti di stress per gli animali e rischia di comprometterne lo stato di salute e la capacita di adattamento all’ambiente. Uno stato compromesso di benessere come quello presente negli allevamenti intensivi, si traduce facilmente in una minore reattività del sistema immunitario animale ad agenti patogeni, virali e batterici. Da ciò consegue un elevato consumo di farmaci ed antibiotici il cui uso massiccio risulta la via più semplice per proteggere gli animali. L’utilizzo dei chemio-antibiotici ha tre principali finalità: curativa, preventiva e auxinica (ossia per favorire il benessere e la produttività degli animali). Se l’uso terapeutico è accettabile, l’uso profilattico come stimolatore di crescita non lo è. L’uso eccessivo di questi farmaci infatti, determina la selezione di ceppi resistenti, la modificazione della flora intestinale, l’accumulo ambientale di residui (eliminati tramite feci ed urine), l’insorgenza di forme tossiche o allergiche e il rischio di residui nelle carni. Pertanto, l’organizzazione dell’allevamento dovrebbe sia minimizzare gli effetti dello stress sull’animale, sia garantire il soddisfacimento dei fabbisogni minimi di spazio, igiene, comfort, alimentazione, salute e socialità. Riconoscendo il ruolo della carne come parte integrante della cultura alimentare dell'uomo, si può dire che la scelta migliore è diminuire la quantità di carne consumata, privilegiando la qualità scegliendo solo carni certificate e razze autoctone a denominazione di origine controllata (chianina, marchigiana, maremmana, podolica etc.).

L’allevamento intensivo

L’emergere di una logica agro-industriale in risposta alla necessità di produrre grandi quantità di alimenti di origine animale, proteici e a basso costo, ha visto il prevalere dell’allevamento intensivo su quello estensivo. Quest’ultimo infatti, praticato lasciando che gli animali siano liberi al pascolo e si nutrano con le risorse del territorio, non sarebbe in grado di assecondare una logica di tipo commerciale tesa alla produzione su larga scala. L’allevamento intensivo al contrario è condotto, nella maggior parte dei casi, con l’obiettivo di rafforzare la produzione riducendone i costi. Questo modello industriale di allevamento animale è però causa dei più gravi problemi ambientali: cambiamenti climatici, inquinamento e consumo di acqua, perdita di biodiversità del pianeta, deforestazione e consumo di risorse fossili. La gran parte della carne che consumiamo proviene proprio da allevamenti industriali intensivi, con enormi impatti ambientali associati: per ottenere un chilo di carne di manzo attraverso l'allevamento intensivo sono necessari circa 15 chili di cereali e soia e 15.000 litri d'acqua. Inoltre, se nell’allevamento tradizionale le deiezioni rientrano nel ciclo naturale della concimazione, negli allevamenti intensivi "senza terra", invece, l'enorme quantità degli deiezioni prodotte non può essere “assorbita” dall'ambiente circostante (una singola vacca da latte produce un quantitativo di deiezioni pari a quelle di 20-40 persone). Gli allevamenti intensivi rappresentano, infine, il fattore decisivo nello sviluppo di numerose patologie animali (come per esempio, l’influenza suina H1N1) che possono arrivare a rappresentare una minaccia di trasmissione di agenti patogeni zoonotici anche dagli animali all’uomo.