Impatto dell’agricoltura

© Michel Gunther / WWF

L’agricoltura è strettamente connessa con la biodiversità e contribuisce in modo sostanziale alla conservazione dei numerosi ecosistemi che senza la presenza di determinate attività agricole, scomparirebbero.

Un esempio è rappresentato dall’habitat dei prati-pascolo con le “magnifiche fioriture di orchidee su substrato calcareo” diffuso nel nostro Appennino ed identificato dall’Unione Europea tra gli habitat meritevoli di conservazione. La formazione ed il mantenimento di questo habitat dipendono direttamente dalla presenza di un adeguato allevamento estensivo, che impedisce a questo ambiente di evolvere in bosco e di conseguenza alle specie ad esso legate di scomparire.

Grazie a numerosi studi scientifici è stato dimostrato come in Europa sia molto forte il nesso tra alcune pratiche agricole e la ricchezza di biodiversità e come i profondi cambiamenti che soprattutto negli ultimi 50 anni hanno interessato l’uso del suolo, siano stati la causa diretta o indiretta di una notevole riduzione della biodiversità.

In Europa infatti sono principalmente due i fattori di cambiamento nelle pratiche agricole che hanno sconvolto l’equilibrio tra agricoltura e biodiversità: l’intensificazione della produzione e la sottoutilizzazione del suolo.

La biodiversità agricola è poi certamente essenziale per soddisfare i bisogni fondamentali della popolazione umana in termini di sicurezza alimentare. Delle circa 7.000 specie vegetali utili per l’alimentazione però, solo 150 vengono utilizzate dall’agricoltura moderna.

 

Le aree agricole ad ‘Elevato Valore Naturale’

La definizione "Elevato Valore Naturale" (HNV) viene utilizzata per descrivere vasti tipi di coltivazioni che, grazie alle loro caratteristiche, sono particolarmente ricche di biodiversità. Si tratta generalmente di sistemi di coltivazione non intensivi. L'utilizzo della terra in Europa varia da sistemi di produzione più intensivi, praticati generalmente nelle terre più fertili, a sistemi più tradizionali a bassissima intensità, caratteristici solitamente dei suoli più poveri. A partire dagli anni '90 si è assistito ad un crescente riconoscimento del fatto che la conservazione della biodiversità in Europa dipenda dal mantenimento di questi sistemi di coltivazione in vaste aree rurali. In Italia le aree agricole di elevato valore naturale interessano circa 6 milioni di ettari, il 32% della superficie agricola totale, e si trovano soprattutto nelle aree naturali protette.

La PAC per la conservazione della biodiversità

La conservazione della biodiversità e la sopravvivenza di aree agricole ad elevato valore naturale dovrebbero essere un obiettivo prioritario della Politica Agricola Comune dell’Unione Europea (PAC), da perseguire garantendo misure specifiche per le zone svantaggiate nelle quali l'agricoltura rischia di scomparire completamente. Le misure agro-ambientali rappresentano in tutta l'Unione Europea un elemento fondamentale per la conservazione della biodiversità agricola ed il regolamento UE sullo Sviluppo Rurale stabilisce un maggiore sostegno alla rete Natura 2000, attraverso misure agro-ambientali ed indennità per le zone caratterizzate da svantaggi naturali, proponendo anche una serie di provvedimenti a sostegno della gestione sostenibile delle foreste.

Le colture abbandonate: l’amaranto

L’amaranto (Amaranthus) appartiene alla famiglia delle Amarantacee, che comprende più di 500 specie. È originario del Centro America, dove costituiva, insieme a mais e fagioli, un elemento basilare dell’alimentazione delle popolazioni amerinde (Maya, Aztechi, Incas e gruppi di popoli cacciatori-raccoglitori della zona) già 3000 anni fa. Con l’arrivo dei conquistatori spagnoli, si è assistito al declino dell’amaranto e alla straordinaria diffusione del mais, probabilmente a causa della dimensione estremamente piccola dei semi di amaranto e/o all’associazione di questa pianta ai riti religiosi indigeni che portò i missionari cristiani a proibirne la coltivazione. Come il grano saraceno e la quinoa, non fa parte delle graminacee ed è caratterizzato da totale assenza di glutine ma viene comunque ad esse affiancato da un punto di vista alimentare per le marcate affinità nutrizionali. Ha un elevato valore energetico e un qualitativo contenuto proteico (dall’8,8 fino al 19,5%), ed è ricco in ferro, calcio, lisina e vitamine (soprattutto A e C). 100 grammi di amaranto cotti possono fornire il 45% della dose giornaliera raccomandata di vitamina A. Rispetto agli spinaci, l’amaranto contiene tre volte più vitamina C, calcio e niacina. Rispetto alla lattuga, contiene 18 volte più vitamina A, 13 volte più vitamina C, 20 volte più calcio. L’amaranto ha sfamato per secoli intere popolazioni senza provocare mancanze nutrizionali, oggi invece è considerata nel mondo una pianta ornamentale e talvolta invasiva delle colture cerealicole, orticole e frutticole. In realtà questo pseudo cereale può diventare, se riscoperto, uno straordinario serbatoio di nutrienti essenziali per il sostentamento futuro, oltre che un’ottima alternativa per la celiachia. L’amaranto può essere anche una preziosa fonte di nutrimento nelle aree africane con climi caldi e secchi essendo una coltura capace, quando ben consolidata, di sopportare condizioni di siccità acuta.

Dall’agricoltura all’industria agroalimentare

Il modello agroalimentare industriale moderno, affermatosi negli ultimi 50 anni, è caratterizzato da un aumento significativo della produttività nel breve termine, consentito grazie all’impiego di nuove tecniche agricole ed al massiccio uso di fertilizzanti. Questo ha comportato un impatto ambientale i cui effetti sono stati e continueranno ad essere devastanti: inquinamento, erosione del suolo, danni al paesaggio, riduzione delle risorse energetiche e perdita della diversità, sia biologica sia culturale. La produzione agricola, attraverso questo nuovo modello, ha così assunto a tutti gli effetti le caratteristiche dell’industria, diventando una vera e propria ‘industria agroalimentare’ le cui proprietà distintive sono: a) il crescente utilizzo di derivati del petrolio (fertilizzanti e pesticidi, carburante per le attrezzature agricole); b) la produzione limitata a certe varietà vegetali e poche razze animali; c) la diffusione delle monoculture, soprattutto per la produzione di mangimi. Inoltre, secondo il nuovo modello dominante, le risorse naturali come l’acqua, il suolo e le foreste hanno il ruolo di semplici materie prime da consumare e trasformare su vasta scala con uno sfruttamento indiscriminato che non tiene conto della loro limitatezza.

L’agricoltura e la deforestazione

Gli ecosistemi forestali nel mondo coprono ad oggi il 31% della superficie terrestre, pari ad oltre 4 miliardi di ettari, e più della metà del totale si trova nelle cinque nazioni più ricche di foreste: Federazione Russa, Brasile, Canada, Stati Uniti e Cina. Ogni anno, durante quest'ultimo decennio, circa 13 milioni di ettari di foresta sono andati perduti o sono stati convertiti ad altri usi. Il cambio d’uso del suolo dovuto alla deforestazione a scopo agricolo possiede un ruolo importante nei cambiamenti climatici in atto, pesando per il 12% sulle emissioni globali. Il più grande utilizzatore di suolo al mondo è il settore zootecnico, e il disboscamento delle foreste per convertire i terreni in pascoli rappresenta un serio problema ambientale. La produzione di alimenti di origine animale è nettamente sfavorevole anche in termini di superficie arabile richiesta per anno: per ogni kg di carne di manzo è necessario un terreno agricolo pari a circa 20 m2 (mentre per 1 kg di patate servono appena 0,2 m2). Non solo l’utilizzo del suolo, ma anche quello di tante altre risorse naturali collegate al settore alimentare hanno un forte impatto sull’ambiente, in particolare sulle foreste. Un esempio significativo è quello dell’olio di palma, importato anche in Italia. I danni ambientali collegati alla sua filiera produttiva sono moltissimi: deforestazione, perdita di habitat, degrado del suolo, inquinamento chimico delle acque e dispersione di pesticidi sino agli ecosistemi marini. L’importazione di olio di palma infatti richiede un consumo di 410 milioni di metri cubi di acqua, 2 milioni di tonnellate di CO2eq e 210 mila ettari di terreno l’anno, un’area grande quanto la provincia d’Ancona. La gran parte dell’olio di palma giunge nel nostro Paese da Indonesia (71%), Malesia (13%) e Tailandia (7%) e viene utilizzato per i biocarburanti (185 mila tonnellate), per i prodotti chimici organici (115 mila tonnellate), per le margarine (50 mila tonnellate) e circa 200 mila tonnellate complessive per prodotti il cui contenuto non è facilmente determinabile (cibi contenenti grassi vegetali, saponi e cosmetici). Una ‘zavorra ecologica’ in aumento se si considera che la produzione mondiale di olio di palma negli ultimi 30 anni è passata da 4,9 a 49 milioni di tonnellate e che rispetto al 2000 ci si aspetta una crescita della domanda del 100% nel 2020 e del 200% nel 2050, anche a causa degli investimenti dei produttori di biodiesel. Va rilevato tuttavia che il successo dell’olio di palma è anche dovuto all’altissima resa per massa vegetale di questa coltivazione: la produzione di oli alternativi infatti richiederebbe una superficie fino a nove volte superiore.

L’agricoltura e l’inquinamento chimico

Sono moltissime le circostanze in cui l’agricoltura fa ricorso ai prodotti chimici di sintesi: per la fertilizzazione del terreno, per la difesa delle piante e delle produzioni dai parassiti, per il controllo delle erbe infestanti. Sono innegabili i vantaggi in termini di aumento delle produzioni, di contro il loro uso e "abuso" si trasforma in un grave danno sul lungo periodo per l'ambiente e per la stessa salute dell'uomo. In particolare, la categoria dei pesticidi, che comprende un gruppo ampio e diversificato di sostanze utilizzate per prevenire, allontanare o uccidere insetti, funghi ed erbe indesiderate, costituisce un grosso fattore di rischio per la salute umana e l’ambiente. Si tratta, infatti, di sostanze persistenti, in grado si resistere alla degradazione e permanere nell’ambiente per lunghi periodi di tempo, risultando tossiche per l’uomo, la fauna e la flora selvatiche. Per il loro elevato grado di liposolubilità (affinità per i tessuti grassi), si accumulano negli organismi viventi, tra cui l’uomo, i mammiferi marini e numerose altre specie selvatiche. Anche i fertilizzanti soprattutto a base di azoto e fosforo hanno un impatto molto grave sull’ambiente.

Cos’è l’agricoltura biologica

L'agricoltura biologica è un metodo di produzione definito e disciplinato a livello comunitario dal Regolamento CE 834/07, dal Regolamento di applicazione CE 889/08 e, a livello nazionale, dal D.M. 220/95. L’agricoltura biologica non prevede l’utilizzo di sostanze chimiche di sintesi (concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi, pesticidi in genere), né Organismi Geneticamente Modificati (OGM). La difesa delle colture avviene innanzitutto in via preventiva, selezionando specie resistenti alle malattie e intervenendo con tecniche di coltivazione appropriate tra cui:
  • la rotazione delle colture che evita di coltivare per più stagioni consecutive la medesima pianta sullo stesso terreno;
  • la creazione di siepi che ricreano il paesaggio, fornendo ospitalità ai predatori naturali dei parassiti e costituendo una barriera fisica a possibili inquinamenti esterni;
  • la consociazione, ossia la coltivazione contemporaneamente di piante diverse, l'una sgradita ai parassiti dell'altra.
In agricoltura biologica si usano fertilizzanti naturali come il letame ed altre sostanze organiche compostate e sovesci, ossia si incorporano nel terreno piante appositamente seminate, come trifoglio o senape. In caso di necessità, per la difesa delle colture si interviene con sostanze naturali facendo ricorso esclusivamente alle sostanze autorizzate e dettagliate dal Regolamento europeo.