Commodities

© Stéfane Mauris / WWF

Poiché la domanda di prodotti alimentari aumenterà nei prossimi decenni, aumenterà di conseguenza l’impatto sulle risorse naturali del Pianeta. Ad oggi, l’agricoltura intensiva e la deforestazione hanno quasi completamente distrutto le foreste del Borneo e di Sumatra.
Le barriere coralline del Triangolo dei Coralli nel sud-est asiatico potrebbero sparire entro la fine del secolo a causa dell’incremento della temperatura degli oceani e della pesca eccessiva. Ad un continente di distanza, la deforestazione in Amazzonia è strettamente legata all’espansione del bestiame e alla coltivazione della soia per i mangimi.
Tali emergenze planetarie, assieme alla crescita della popolazione e all’aumento dei redditi e dei consumi, rendono urgente e imperativo che le imprese si approvvigionino, processino e gestiscano le risorse in modo più sostenibile per soddisfare la domanda crescente, preservando il Pianeta.

Grande quanto queste sfide, è il potenziale per migliorare la produzione di quelle commodity che hanno l’impatto più significativo sui luoghi e le specie che come WWF miriamo a tutelare. Oltre al nostro grande impegno con le istituzioni e le imprese per garantire un’offerta alimentare più sostenibile, è fondamentale una maggiore attenzione da parte dei cittadini nel momento in cui scelgono cosa acquistare.

Zucchero di Canna e Elefanti

La canna da zucchero è una coltura che matura in circa un anno e richiede, per crescere, moltissima acqua. Al pari delle altre colture idrovore, ha un impatto significativo su molte regioni ecologicamente sensibili, come il Delta del Mekong e la Foresta Atlantica e sulla loro biodiversità. Un vasto mercato globale dei derivati ​​della canna da zucchero mantiene il settore in piena espansione. Alcune delle regioni del pianeta più ricche di biodiversità sono state completamente trasformate per la coltivazione di canna da zucchero. Nell'arco degli ultimi anni, la deforestazione ha raggiunto ritmi elevatissimi coinvolgendo tra le altre, tutta l'area del Grande Mekong. Se il ritmo del disboscamento non diminuirà, entro il 2030 potrebbe andare perduto fino al 34% del patrimonio forestale esistente nella regione con effetti devastanti sulla biodiversità. In particolare, l'elefante asiatico (Elephas maximum) è minacciato dalla deforestazione a scopo agricolo che rende ogni anno inagibili zone appartenute da sempre a questi splendidi mammiferi, ora in via di estinzione. Il WWF si batte da anni per la conservazione degli habitat degli elefanti e ha quindi contribuito a definire la Better Sugar Cane Initiative (BSI), ora conosciuta come Bonsucro, l'iniziativa che mira a ridurre l'impatto sociale e ambientale della produzione della canna da zucchero, stabilendo norme globali per certificarne la produzione sostenibile.

Soia, Armadilli e Crisocioni

Un secolo fa, la soia era praticamente sconosciuta al di fuori dell'Asia. Oggi, milioni di persone nel mondo mangiano carne, uova e latticini da animali nutriti con soia; tracce di soia si trovano anche in innumerevoli alimenti trasformati. Pochi ne sono però consapevoli. Un panino con l’hamburger, per esempio, può contenere carne proveniente da bovini alimentati con farina di soia, margarina contenente soia, maionese con lecitina di soia e additivi a base di soia nel pane. Negli ultimi decenni, la soia ha subito l’espansione maggiore rispetto a qualsiasi altra coltura, minacciando foreste e altri importanti ecosistemi naturali. La superficie totale coltivata a soia copre oggi oltre 1 milione di km2 (come Francia, Germania, Belgio e Paesi Bassi insieme). Diverse foreste di importanza mondiale sono state distrutte dalla sua coltivazione, in primis l'Amazzonia. Negli ultimi 10 anni, infatti, la maggior parte dell'aumento produttivo di questa coltura è avvenuto in Brasile, Argentina, Bolivia e Paraguay, dove l’espandersi delle coltivazioni ha contribuito ad una grave deforestazione. Lì, specie vulnerabili, molte delle quali non presenti in nessun'altra parte del mondo, sono a rischio: è il caso del crisocione (Chrysocyon brachyurus) specie in via di estinzione minacciato principalmente dalla drastica distruzione del proprio habitat per scopi agricoli. Il WWF è impegnato, anche con la partecipazione alla RoundTable on Responsible Soy (RTRS), affinché la soia venga prodotta senza distruggere le foreste e gli altri ecosistemi prioritari. Ciò richiede uno sforzo concertato di più parti: lungo tutta la catena di approvvigionamento, dai produttori alle aziende, dalla grande distribuzione al mondo politico e finanziario, fino ai consumatori.

Latte e Giaguari

Il settore lattiero-caseario ha impatti in alcune delle aree naturali più sensibili del pianeta: si tratta di un’enorme industria che conta globalmente 250 milioni di bovine da latte, allevate secondo sistemi e pratiche di produzione che variano considerevolmente da paese a paese. Tale industria pone una serie di sfide per la salute dell'ambiente: il metano emesso dalla digestione delle bovine, processo noto come fermentazione enterica, nonché il loro letame sono gli impatti più seri della produzione. Seguono l'inquinamento e rilascio di nutrienti nei corsi d'acqua. È, infine, responsabile della conversione dei terreni, soprattutto ai tropici, utilizzati per coltivare i mangimi per l’allevamento degli animali. Solo in Amazzonia, la conversione della foresta in terreni agricoli e pascoli è una delle cause principali che determina tassi di deforestazione che arrivano a 1,6 milioni di ettari l’anno, perdita che minaccia la sopravvivenza del giaguaro (Panthera onca) ormai confinato negli ultimi lembi di foresta. Se questo grande predatore scomparirà, sarà a rischio l’equilibrio dell’intero ecosistema amazzonico. Il WWF lavora per la salvaguardia di questa specie affinché l’industria lattiero casearia divenga meno insostenibile sotto il profilo ambientale.

Caffè e Rinoceronti

Dopo il petrolio, il caffè è il prodotto più scambiato al mondo. A causa della sua crescente domanda, estesi terreni occupati da foreste naturali vengono convertiti a piantagioni, rappresentando un'altra importante causa di deforestazione. In generale, per produrre un chilo di caffè sono necessari 12-14 mq di terra arabile e sono circa 10 i milioni di ettari di terra globalmente destinati alla coltivazione di questo bene. Tra le aree più colpite c’è l’Indonesia (secondo maggiore esportatore mondiale di Robusta, la varietà di caffè impiegata nel caffè istantaneo e nel confezionato, venduti nei supermercati di tutto il mondo), soprattutto a Sumatra e nel Borneo. Ad aggravare la situazione, gli amanti del caffè non sanno che nella propria tazzina finiscono chicchi coltivati illegalmente anche nel Parco nazionale Bukit Barisan Selatan (isola di Sumatra), santuario di biodiversità, tra i più importanti al mondo per la conservazione dei rinoceronti, tigri ed elefanti. Il caffè coltivato illegalmente viene mischiato a caffè legale dagli operatori locali e poi esportato per essere venduto. Né le imprese esportatrici né le importatrici dispongono di meccanismi per impedire il commercio dei chicchi illegali. Il WWF lavora con il governo indonesiano, per incrementare i controlli sul parco e gli incentivi ai coltivatori locali per passare a forme di coltivazione sostenibili, e con le grandi multinazionali del caffè perchè vengano attuati rigorosi controlli della catena di approvvigionamento. Se infatti non verrà quanto prima interrotta la coltivazione illegale del caffè nei terreni del parco, i rinoceronti di Sumatra (Dicerorhinus sumatrensis), oggi presenti con 70-80 individui - la popolazione più grande dell’isola - saranno localmente estinti in meno di un decennio.

Cacao e Tigri

Per fare del buon cioccolato occorre un buon cacao. E un cacao è davvero buono se viene prodotto nel rispetto della natura e della biodiversità. In Africa, invece, più precisamente in Costa d’Avorio e Ghana, e in Asia, soprattutto in Indonesia (il terzo più grande produttore di semi di cacao nel mondo), la foresta tropicale è stata quasi totalmente abbattuta per fare spazio a delle monoculture, principalmente delle piantagioni di cacao e caffè. Il cacao è, infatti, la terza materia prima più esportata, dopo caffè e zucchero Il cacao è un’importante causa di deforestazione per secoli, specialmente a partire dal XX secolo. Il consumo di foresta ha peraltro contribuito a rendere il cioccolato relativamente a buon mercato e accessibile per i consumatori. Ha tuttavia generato gravi ricadute in termini di perdita di biodiversità e danni all'ambiente, soprattutto per contaminazione da prodotti agrochimici, degrado del suolo, diffusione di parassiti e malattie, perdita e frammentazione di habitat. Tutto ciò ha messo in pericolo la tigre di Sumatra (Panthera tigris sumatrae), uno dei mammiferi più rari del Pianeta: in Indonesia ne rimangono meno di 400 individui. Il WWF si impegna a promuovere una coltivazione del cacao che sia compatibile con la gestione sostenibile delle foreste e con la sopravvivenza della tigre di Sumatra.

Tonno pinne gialle

L’Italia è tra i maggiori consumatori al mondo di tonno in scatola, quasi tutto tonno “pinna gialla” (Thunnus albacares), rilevante specie di tonno commerciale molto ricercata anche dal mercato del sashimi crudo. Il tonno pinne gialle risente di conseguenza della pesca eccessiva. La situazione peggiore è quella degli stock dell’Oceano Pacifico e Indiano. Oltre all’importante ruolo nell’alimentazione di milioni di persone al mondo, il tonno è un predatore d’alto mare in cima alla rete alimentare, responsabile del mantenimento dell’equilibrio dell’ecosistema marino. È classificata molto critica la tecnica di pesca di questo pesce, detta a circuizione, e praticata con attrezzi che causano un’elevata percentuale di bycatch (catture accessorie e accidentali) di tonnetti e di esemplari di altre specie, come tartarughe e uccelli marini e squali. Il pinna gialla ha quindi bisogno di urgenti misure gestionali per poter avere stock sani e ben gestiti. A questo scopo, collaboriamo con i governi e le organizzazioni regionali di gestione della pesca per ottenere piani più severi che consentano di recuperare gli stock di tonno depauperati, contrastare la pesca pirata e ridurre le catture accessorie. Lavoriamo con le organizzazioni di pesca e l'industria di trasformazione per ottenere un tonno sostenibile, in particolare attraverso la certificazione MSC (Marine Stewardship Council, il marchio che attesta i tonni provenienti da una pesca responsabile) e con i consumatori per aumentare la consapevolezza sull’importanza di acquistare tonno certificato.

Tonno rosso

Volendo dare un nome alla specie simbolo del Mediterraneo, questo sarebbe senza dubbio il tonno rosso (Thunnus thynnus). Stranamente non molti conoscono questo animale, che è uno dei pesci più grandi e commercialmente più preziosi al mondo. Proprio per questo, da decenni, è stato pesantemente vittima della pesca eccessiva (con quote pesca che erano più del doppio delle raccomandazioni) nonchè illegale, diffusa soprattutto nelle sue zone di riproduzione nel Mediterraneo. I tonni vengono peraltro pescati - sebbene vietate già dal 1992 - con reti derivanti d’altura, strumenti da pesca che causano un’elevata mortalità per catture accessorie e accidentali (bycatch) di tartarughe e cetacei. Infine, molto del tonno catturato vivo viene trasferito in gabbie in mare, dove viene ingrassato facendone così aumentare il prezzo sul mercato giapponese (il tonno per il sushi deve essere grasso). Il Giappone infatti consuma annualmente i tre quarti circa di tutto il pescato mondiale di questa ricercatissima specie. Il WWF ha fatto molto, nel corso degli 10 ultimi anni, per consentire al tonno rosso di recuperare. La buona notizia è che questi sforzi hanno cominciato a dare i loro frutti: è confermato dal 2013 un trend di ripresa. Ciononostante il WWF chiede ulteriori norme che consentano la piena tracciabilità negli allevamenti per l’ingrasso oppure il divieto totale di tale attività alla luce di quanto questa pratica spinga i pescatori a pescare più del consentito (la domanda di tonno da “allevare” è eccessiva rispetto alle quote, ossia di esemplari che possono essere catturati).

Salmone

Il rapido progresso dell’acquacoltura intensiva per specie come il salmone, ha già provocato un gravissimo degrado ambientale e sociale. L’acquacoltura rilascia infatti nell’ambiente enormi quantità di rifiuti organici e sostanze chimiche, con gravi conseguenze di inquinamento e crescita eccessiva di alghe, spesso tossiche per gli organismi marini e gli esseri umani. E ancora, contrariamente a quanto si pensi, l’acquacoltura non diminuisce la pressione sulle specie selvatiche. Così com’è praticata oggi, in molti casi, addirittura l’aumenta: per nutrire pesci carnivori, come il salmone, si utilizzano quantità enormi di altri pesci, sottoforma di farine e oli: per ottenere 1 kg di salmone ne servono almeno 5 di altri pesci. Infine, un certo numero di pesci allevati (spesso selezionati o estranei alle zone di allevamento) sfugge, minacciando la sopravvivenza delle specie selvatiche. Buona parte del salmone importato in Italia arriva dalla Norvegia, sebbene si trovi anche pesce irlandese e scozzese, tutto però riconducibile all’unica specie Salmo salar, il salmone atlantico. La certificazione ASC (Aquaculture Stewardship Council), sostenuta dal WWF, identifica pesci provenienti da allevamenti responsabili, in cui gli standard seguiti garantiscono che l’acquacoltura non comprometta la biodiversità regionale, riduca l’inquinamento e impieghi mangimi provenienti da fonti sostenibili. Se da una parte gli effetti benefici del consumo di pesce per la salute sono ormai accertati da numerosi studi, la tendenza degli animali ad accumulare sostanze tossiche non viene presa nella giusta considerazione.

Gamberetti e mangrovie

I gamberetti che troviamo nel banco freezer del supermercato generano gravi problemi di sostenibilità. La loro crescente produzione intensiva in acquacoltura ha, infatti, comportato gravi impatti ambientali e sociali: inquinamento, distruzione di ecosistemi, deforestazione costiera, erosione del suolo e distruzione dell’economica locale basata su pesca e agricoltura. I gamberi di allevamento rappresentano oggi circa un terzo di tutta la produzione mondiale (il resto viene catturato in mare). Rapidamente, molti territori, tra i quali soprattutto le foreste di mangrovie, sono stati convertiti ad aree destinate all’acquacoltura. Oggi, la perdita di mangrovie in paesi come Vietnam, Tailandia, Filippine, Bangladesh, Ecuador e Brasile è probabilmente superiore a quella di qualunque altro tipo di foresta. Le mangrovie sono foreste sempreverdi, resistenti al sale, che si trovano lungo le coste, le lagune, i fiumi o i delta di paesi ed aree tropicali e subtropicali. Proteggono le aree costiere dall’erosione, dai cicloni e dai venti. Sono importanti ecosistemi che forniscono legname e cibo oltre a costituire l’habitat di numerose specie. Se la deforestazione delle mangrovie dovesse continuare, ciò potrebbe comportare gravi perdite di biodiversità e di mezzi di sostentamento, oltre all’intrusione salina nelle zone costiere e al deposito di sedimenti sulla barriera corallina. Il WWF come soluzione propone lo sviluppo e la diffusione del marchio ASC (acronimo di Aquaculture Stewardship Council) che garantisce ai consumatori che i prodotti ittici, ottenuti dall'acquacoltura, siano stati realizzati in maniera socialmente ed ecologicamente responsabile.

Olio di Palma e Oranghi

L’olio di palma è uno dei nuovi responsabili della distruzione del Pianeta. Materia prima versatile ed economica, ricavata dalla polpa del frutto della palma, coltivata in immense piantagioni soprattutto nel Sud-Est asiatico, è presente in una stupefacente quantità di prodotti, dai cosmetici ai saponi, dalle margarine ai dolciumi confezionati, dalle paste pronte ai prodotti da forno. L’olio di palma è costituito dal 50% da acidi grassi saturi,  percentuale che lo accomuna al burro, ed è l’olio vegetale più usato dopo quello di soia. A rendere particolarmente economico il ricorso a questo ingrediente contribuisce il fatto che la palma, a parità di massa vegetale, e capace di una produzione di olio fino a nove volte superiore alle altre piante. Fino ad oggi, però, nell’elenco degli ingredienti non ne compariva neppure il nome, bensì un generico “olio (o grasso) vegetale”; fortunatamente da dicembre 2014 sarà obbligatorio esplicitarne la presenza, facilitando le scelte dei consumatori. La palma da cui si estrae questo olio è coltivata soprattutto in Indonesia e Malesia che, insieme, producono oltre l’85% di tutto l’olio di palma usato nel mondo. Questo avviene su un territorio che, fino poco tempo fa, era per lo più una foresta pluviale vergine. Se 50 anni fa, l’82% dell’Indonesia era coperta da foreste, già nel 1995 la percentuale era scesa al 52%: al ritmo attuale, entro il 2020, le foreste indonesiane (seconde solo a quelle amazzoniche) saranno distrutte e con loro andranno perduti tutti quei servizi ecosistemici cruciali per la sopravvivenza delle popolazioni locali e della biodiversità. L’orango (Pongo pygmaeus) abita proprio in quelle foreste (soprattutto Borneo e Sumatra), la cui distruzione ne minaccia gravemente la sopravvivenza. Se gli oranghi sono oggi il simbolo della lotta all’espansione delle piantagioni di palma da olio, anche centinaia di altre specie, tra cui l’elefante, il rinoceronte e la tigre sono a rischio per il costante aumento della domanda di questo olio. Il WWF è impegnato, anche con la partecipazione alla  RoundTable on Sustainable Palm Oil (RSPO), affinché l’olio di palma venga prodotto senza distruggere le foreste e gli altri ecosistemi prioritari. Ciò richiede uno sforzo concertato di più parti: lungo tutta la catena di approvvigionamento, dai produttori alle aziende, dalla grande distribuzione al mondo politico e finanziario, fino ai consumatori.